Minatori-bambini, l’annuncio di Kinshasa

Per il momento è una promessa, un buon proposito a lungo (molto lungo) termine.
Entro il 2025 non ci saranno più bambini -lavoratori nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo.

Ad annunciarlo il ministro del Lavoro e del Benessere sociale, Lambert Matuku Memas.
Nel 2016 Amnesty International e Afrewatch avevano pubblicato un rapporto che denunciava la pratica dell’utilizzo di bambini dai sette anni, per la ricerca del cobalto, materiale fondamentale per l’industria hi-tech.

Dalla pubblicazione “il governo – si legge sul sito di Amensty International – ha adottato una strategia nazionale con l’obiettivo di porre fine entro il 2025 al lavoro minorile nelle miniere artigianali della Repubblica Democratica del Congo”.

Ad oggi non ci sono dati certi sul numero esatto di minori che estraggono dalle miniere. Nel 2014 Unicef aveva diffuso la stima di 40mila bambini impiegati nelle miniere del sud del paese, ma è probabile che oggi siano molti di più.

Anche se per il momento quello del governo di Kinshasa è solo un annuncio va letto nell’ottica dell’ammissione di un fatto, che fino ad oggi aveva sempre negato.

Dal rapporto di Amensty emergeva che attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud.

Per il rapporto, Amnesty International aveva contattato 16 multinazionali che risultavano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo.
Nessuna delle 16 aziende era stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.

Amnesty denunciava poi che “Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei ‘minerali dei conflitti’ che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno”.

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