di Gabriele Carchella
L’Europa di fronte alla minaccia dei dazi, la nuova corsa alle armi e il futuro della transizione ecologica. La lettura di Paul De Grauwe, John Paulson Chair in European Political Economy alla London School of Economics, lascia intravedere soluzioni percorribili per il Vecchio continente, nonostante il nuovo corso protezionistico degli Usa di Trump e il perdurare del conflitto russo-ucraino. A patto, però, di affrancarsi dai dogmi dell’austerità che paralizzano gli Stati membri dell’Unione europea. Lo studioso belga ha visitato di recente il nostro Paese per intervenire alla 66esima conferenza annuale della Società Italiana di Economia, che ha riunito a Napoli oltre 700 economisti, con una lezione sulla politica monetaria e l’importanza di tener conto della diversità dei comportamenti economici. Ex parlamentare belga dal 1991 al 2003, De Grauwe è tra
i massimi esperti di economia europea e autore di numerose pubblicazioni su integrazione monetaria e macroeconomia.
Secondo il recente rapporto annuale della Commissione europea sul mercato del lavoro, tra 135mila e 450mila posti di lavoro sono a rischio a causa dei dazi. Che impatto sta avendo la guerra commerciale sull’Europa?
I dazi avranno un effetto negativo sull’economia europea, non ci sono dubbi. Ma non credo che sia possibile quantificarli in modo così preciso. Una stima del genere fa trasparire che c’è grande incertezza sulla reale gravità delle conseguenze: 135mila o 450mila? Mi sembra che ci sia una grande differenza. Di sicuro, in termini qualitativi, i dazi avranno un impatto negativo sull’economia europea, così come sull’economia americana. Ma ancor di più sull’Europa.
Si sente più ottimista o pessimista?
Non è il caso di fare previsioni. È troppo difficile. Gli effetti potrebbero essere più o meno rilevanti. Molto dipenderà da come reagiamo, da come gli altri Paesi reagiscono: alcuni Paesi potrebbero introdurre ritorsioni, altri no. Tutto questo influenzerà il risultato finale ed è troppo difficile fare previsioni. Quindi mi guardo bene dal farle.
Questi scenari possono aprire la strada a un allentamento del patto europeo di stabilità e crescita?
L’abbiamo già fatto. La guerra in Ucraina ha fatto sì che i Paesi Ue possano escludere le spese militari dai vincoli del patto di stabilità.
Le spese militari, al netto di tutte le altre considerazioni del caso, porteranno davvero anche crescita economica?
Le spese militari avranno certamente un impatto. Naturalmente, una parte di queste saranno finalizzate ad acquistare armamenti americani favorendo l’economia statunitense. Ma di sicuro anche la difesa europea ne beneficerà e ciò influenzerà in modo positivo anche la produzione. La questione fondamentale è quanto importante si rivelerà questo cambio di passo. Sicuramente questa è già un’eccezione al patto di stabilità, in quanto abbiamo accettato che alcune spese di investimento non dovrebbero rispettarne i parametri.
Perché non prevedere più eccezioni? Ad esempio per la spesa sanitaria e quella sociale?
Dovremmo farlo. Sono sempre stato colpito dal fatto che il patto di stabilità è una misura sciocca. Romano Prodi una volta disse che il patto è stupido. Perché a un Paese non dovrebbe essere permesso fare investimenti e finanziarli emettendo debito quando le imprese private lo fanno di continuo? Se un’impresa privata ha un buon progetto di investimento come lo finanzia? Principalmente emettendo debito e nessuno ha mai affermato che non dovrebbe farlo. Se un governo ha un buon piano di investimenti, dovrebbe essere in grado di finanziarlo emettendo debito. Invece non è possibile farlo per via del patto di stabilità e questo è davvero sciocco, è come darsi la zappa sui piedi o farsi male da soli. È un principio squisitamente dogmatico ed è molto strano che continuiamo a rispettarlo. Ma ora ci sono alcune eccezioni. Per esempio, dopo la pandemia, c’è stata l’eccezione del Next Generation Eu, un progetto finanziato a debito. E ora, di nuovo, c’è l’eccezione degli investimenti per la difesa. In questo modo, finalmente, si comincia a riconoscere che è una cosa normale.
Come giudica l’intenzione dell’Europa di interrompere le importazioni di gas russo entro il 2027?
Penso che sia una buona decisione. Avremmo dovuto farlo prima. Perché continuare a comprare gas dalla Russia fornendo a quel Paese le risorse per danneggiare l’Ucraina e, in ultima analisi, anche noi?
Il Green Deal europeo è ancora vivo o i venti di guerra che attraversano l’Europa costringeranno i governi a metterlo da parte?
Dovremmo continuare a investire in questo campo, ma vorrei sottolineare un aspetto positivo: la transizione verde sta andando avanti. Basta guardare a come la tecnologia sta cambiando. Il costo delle rinnovabili è diminuito in modo drastico: verranno introdotte in misura sempre maggiore, perché sono diventante più convenienti rispetto alle altre forme di energia. Lo sviluppo della tecnologia ci spinge verso le rinnovabili. Anche se mi auguro che il Green Deal prosegua sostenuto da sussidi o regolamenti, questo processo proseguirà a prescindere.
Chi sta perdendo e chi sta vincendo la guerra dei dazi?
Nella guerra commerciale perdiamo tutti, ma se noi europei saremo intelligenti gli americani saranno i grandi perdenti. Essere intelligenti significa mantenere le frontiere aperte con il resto del mondo, preservando per quanto possibile il libero scambio, anche se non perfetto, perché c’è comunque bisogno di una certa dose di protezionismo. Non bisogna poi dimenticare che gli Stati Uniti rappresentano il 15% del commercio mondiale. Se il restante 85% del commercio rimane relativamente libero, il danno per noi sarà ridotto rispetto al costo sostenuto dagli Usa. Gli Stati Uniti diventeranno il bastione del protezionismo nel mondo e si auto-infliggeranno danni maggiori di quelli che sconteremo noi. Per questo non dovremmo cominciare a chiudere le frontiere, perché così facendo perderemmo molto di più.
Come se la sta cavando l’Italia?
Paragonate l’Italia alla Germania: il vostro Paese non sta facendo certo peggio. A giugno ho preso un treno ad alta velocità da Bruxelles a Berlino e il sistema ferroviario tedesco si è rivelato un vero incubo. La settimana scorsa ho preso il trevo ad alta velocità da Napoli a Firenze e, questa mattina, da Firenze a Napoli. Tutto è filato liscio: treni puntuali e molto migliori di quelli tedeschi. Naturalmente questo è solo un aneddoto e non intendo negare che l’Italia abbia dei problemi, ma ci sono molti preconcetti sbagliati sull’Italia. Credo che l’Italia farà meglio della Germania nel prossimo futuro.






