Povertà, la classifica e qualche perché

di Tommaso Andreatta
Il Centrafrica si è guadagnato la posizione di coda (188° posto) anche a causa della guerra civile che ha messo in ginocchio la popolazione.La vendita di armi è costante. Fra gli acquirenti ed utilizzatori ci sono anche gli ex ribelli Seleka. È una guerra infinta – per citare l’ultimo epsiodio della saga Avenges (Infinitiy War) che distrae ed esalta piccoli e grandi nel mondo occidentale.In Niger intanto la speranza di vita si ferma a quota 61 anni. Con qualche anno in più regalato alle donne.Mauro Armanino descrive un Paese dove il 20% della gente ha la possibilità di connettersi ad internet, dove «a povertà e le disuguaglianze toccano specialmente le campagne. Con il deserto che avanza. Tagliamo alberi, facciamo legna e arrostiamo la carne di sera lungo le strade di Niamey. Sale il fumo che danza nella polvere quando passano le macchine fuoristrada e i taxi numerati».Gli abitanti sono 19 milioni e le prospettive sono di un aumento esponenzialeCi hanno messi penultimi. Ci precedono i soliti noti dell’Africa classica delle statistiche.
In gravi difficoltà versano anche l’Eritrea, la Sierra Leone con i suoi diamanti che arricchiscono poche persone (sempre le stesse) sprofonda al 180° posto. Ci sono poi il Mozambico e il Sud Sudan, la Guinea che vende bambini in Marocco e il Burundi «sull’orlo del baratro» sottolinea Nigrizia, mentre il Ciad non si riscatta col petrolio e il Burkina Faso è anocra nelle sabbie mobili.

«Nel biennio 2015/2016 – scrive Luisiana Gaita sul Fatto Quotidiano – dieci tra le più grandi multinazionali hanno realizzato complessivamente profitti superiori a quanto raccolto dalle casse di 180 Paesi del pianeta.

Il divario, però, ha radici più profonde. Sette persone su dieci vivono in luoghi dove la disuguaglianza è cresciuta negli ultimi 30 anni: tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, vale a dire 182 volte tanto».

Oggi un amministratore delegato delle 100 società più capitalizzate dell’indice azionario Ftse «guadagna in un anno tanto quanto 10mila lavoratori delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh». Dato del rapporto Oxfam.

Foto di Musse Jereissati Musse Jereissati  da Pixabay

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