di Sara Cecchetti
Sulla strada sterrata c’è una biforcazione: da un lato la via che conduce alle grandi miniere gestite da multinazionali cinesi, dall’altro quella che porta alle miniere artigianali. Guardando verso la prima via si vedono altissimi cumuli di macerie, gru e macchinari pronti a scavare per decine e decine di metri in cerca di rame, cobalto o altri minerali di cui la terra dell’Alto Katanga è ricca. Noi, però, imbocchiamo la seconda via: quella apparentemente deserta, che non sembra riservare grandi ricchezze. È lì che invece bisogna dirigerci se si vuole conoscere chi- rimanendo nell’ombra- decide di scavare in quei luoghi poco allettanti per la quantità di risorse minerarie ricercate dalle multinazionali, ma molto allettanti per chi non spera di arricchirsi ma solo di sfamare la propria famiglia.
Tra queste persone c’è Kalala, ha ventisette anni, è il secondo di una famiglia di otto figli ed è per sfamare i suoi fratelli che ha deciso di sacrificare la sua gioventù nelle miniere artigianali. “Qui sono uno degli uomini più grandi, la maggior parte dei ragazzi ha tra tredici e diciotto anni. Lavoriamo senza nessuna tutela, non è raro vedere braccia o gambe rotte ma il maggiore pericolo sono le frane: capita che i corpi siano sommersi dalla terra e che siano abbandonati lì come se nulla fosse”, queste le parole di Kalala sulla condizione di vita nelle miniere. Aggiunge poi che i rischi che lui, come tanti altri, è costretto a correre non garantiscono uno stipendio fisso: “quanto guadagno dipende dalla quantità e dalla qualità dei minerali che trovo, posso guadagnare 50.000 franchi congolesi (l’equivalente di circa 17 dollari) come anche niente. Dopo aver lavorato dalle sette del mattino arrivare alla sera senza neanche un dollaro è doloroso, ma quando capita ho fiducia che il giorno dopo andrà meglio”.
È questa la vita dei minatori artigianali, costretti a lavorare a cottimo e consapevoli che la loro sopravvivenza è nelle mani dei mediatori che alla sera contrattano il prezzo dei minerali raccolti con i gestori delle miniere industriali. In queste sono comunque impiegati congolesi in cerca di denaro ma con un grado di tutela, seppur non ottimale, maggiore. Ce lo racconta Tresor Musenge, venticinque anni e orfano di padre, che lavora per MMG. Si tratta di una compagnia mineraria gestita dalla China Minmetals Corporation e che opera principalmente nella miniera di Kinsevere nell’Alto Katanga. Tresor spiega: “qui impiegati dei cinesi non siamo solo noi congolesi, anche i libanesi collaborano con loro. Il mio compito è legato soprattutto al trasporto dei minerali ma spesso mi reco anche nelle miniere artigianali per occuparmi dell’acquisto.” È con la semplicità di chi racconta il proprio lavoro che Tresor mette in luce quel passaggio dei minerali dalle catene informali a quelle formali. Niente segretezza rispetto a questa attività che oramai in questa zona del Congo è diventata abitudine. Un’abitudine di violenza e sfruttamento che permette alle grandi multinazionali cinesi di avere pieno controllo sull’estrazione mineraria.
Il governo di Kinshasa rispetto a tale processo non aveva mai mostrato alcun tipo di preoccupazione, anzi, era stato l’ex presidente Joseph Kabila a stipulare accordi commerciali con industre cinese (infrastrutture in cambio di risorse); tuttavia i recenti “Accordi di Washington” sembrano voler segnare un punto di svolta. Infatti quando il 27 giugno Donald Trump ha accolto nello studio Ovale i ministri degli esteri congolesi e ruandesi per firmare un accordo di pace che mettesse fine al conflitto in Kivu, il presidente americano sotto l’immagine di pacificatore nascondeva gli interessi di chi ha intravisto l’occasione per diminuire l’ingerenza cinese sul suolo africano. Se questo tentativo avrà successo non si può ancora dire, quel che invece rimane evidente è che- mentre l’assenza dell’M23 al tavolo delle trattative rende difficile il raggiungimento della pace- il Congo rimane una scacchiera che le grandi potenze internazionali pensano di poter dividere a piacimento.
In copertina: le ricchezze del Congo dal reportage dell’Atlante che puoi leggere qui






