La strada in salita dell’accordo Bangkok-Phnom Penh

Il cessate il fuoco favorito dalle pressioni di Pechino e Washington ha davanti un cammino difficile

di Emanuele Giordana

I  generali thai  e cambogiani hanno concordato di sospendere il fuoco e bloccare i movimenti militari lungo il confine fino a lunedì prossimo, quando i due ministri della Difesa si incontreranno ma martedi  secondo la stampa tailandese, Bangkok ha accusato e condannato la Cambogia di aver intenzionalmente violato l’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore a mezzanotte, sparando in seguito contro numerose località thailandesi. E’ in salita la strada dopo che, con alle spalle oltre trenta morti in maggioranza civili e con oltre 300mila sfollati lungo la linea del confine, Thailandia e Cambogia si sono incontrate lunedi  in Malaysia e hanno firmato un cessate il fuoco “incondizionato” scattato alla mezzanotte dello stesso giorno. Ma lo hanno fatto mentre ancora parlavano le armi che da giovedi scorso hanno segnato l’ennesimo conflitto di frontiera tra i due regni asiatici durato 5 giorni.

L’incontro si è svolto a Putrajaya, centro della della Malaysia a Sud di Kuala Lumpur e nuovo centro amministrativo federale della Malaysia. A far convenire il premier ad interim thai Phumtham Wechayachai e il primo ministro cambogiano Hun Sen è stato Anwar Ibrahim che oltre ad essere a capo del suo Paese ha anche la presidenza dell’Asean, l’associazione regionale che raccoglie dieci Paesi del Sudest asiatico. Benché rappresentante di un’associazione in crisi (per la guerra birmana e i dazi Usa per i quali ogni Paese si è mosso in ordine sparso) e preoccupato dalla situazione interna in cui è contestato per l’aumento del costo della vita in Malaysia, Anwar si è speso subito per ottenere una tregua. Ma fino a sabato sembrava che la sua mediazione non avesse fatto progressi e, soprattutto, che fosse stata rifiutata dalla Thailandia, molto superiore militarmente alla Cambogia. Poi qualcosa è cambiato: è intervenuto il presidente Trump, con dichiarazioni roboanti nel suo stile, mentre sotto traccia lavoravano i cinesi, tra i primi a intervenire sin dal primo giorno dei combattimenti per calmare le acque. La Malaysia si è detta pronta a coordinare la formazione di una squadra di monitoraggio per verificare e garantire l’attuazione del cessate il fuoco

Il ruolo di Usa e Cina

Quanto abbiano contato le pressioni americane non è chiaro anche perché Trump è ormai solito intestarsi tutto quanto accade in positivo nel mondo come nel caso India-Pakistan salvo poi essere stato smentito dal premier indiano Narendra Modi. Ma in questo caso aveva una leva e, secondo la Bbc, “gran parte del merito va probabilmente a Washington e al presidente Trump” il cui ultimatum sabato sera conteneva la minaccia di interrompere i negoziati sulla riduzione dei dazi statunitensi a meno che i due Paesi non avessero accettato di fermare i combattimenti. I due Paesi effettivamente dipendono, come buona parte del mondo, dalle esportazioni verso gli Stati Uniti e attualmente la tariffe sarebbero fissate al 36% mentre altri Paesi come Vietnam, Filippine e Indonesia hanno ottenuto sconti rilevanti sino al 19%. Visto dall’Asia però, lo scenario vede un altro attore importante.
Secondo il South China Morning Post, l’incontro è stato co-organizzato con gli Stati Uniti e l’attiva partecipazione della Cina: entrambi, dice il quotidiano, avrebbero fatto forti pressioni per il cessate il fuoco. Il rapporto con la Cina è vitale per entrambi i Paesi e per la Cambogia Pechino rappresenta il partner più forte in assoluto, dal commercio agli armamenti. La Thailandia ha invece un consolidato rapporto con gli Stati Uniti ma non può prescindere dalla Cina, il cui peso regionale è fortissimo.

Ora si tratta di capire come procederanno le cose: a bocce ferme i due eserciti dovrebbero ritirarsi sulle posizioni iniziali e aprire un tavolo di trattativa. La Cambogia è la più propensa a internazionalizzare il dossier perché ha già ricevuto due pareri favorevoli dalla Corte di giustizia dell’Aja, massimo organo giuridico delle Nazioni Unite. Ma Bangkok non riconosce la giurisdizione del tribunale internazionale sul caso e ha sempre ribadito di voler risolvere la vicenda bilateralmente. Sta inoltre affrontando una crisi istituzionale interna con una premier, Paetongtarn Shinawatra, esautorata dalla Corte costituzionale e vittima di una battaglia interna contro la sua famiglia.

In copertina: elaborazione licenza Shuttelstock. Nel testo: Anwar Ibrahim

 

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