di Giacomo Cioni
Allo stremo dopo quasi due anni di guerra, l’esercito israeliano affronta la più grande crisi di fiducia e partecipazione dei suoi riservisti dalla guerra del Libano del 1982. A pesare non sono solo la stanchezza e le perdite economiche, ma una profonda disillusione verso la leadership politica, accusata di sostenere la propria sopravvivenza a scapito della sicurezza nazionale e della vita degli ostaggi. Subito dopo il 7 ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas all’interno del territorio israeliano, le violenze, il sangue, i rapimenti degli ostaggi e i morti, la risposta fu travolgente. Con un tasso di affluenza del 120%, i riservisti israeliani lasciano studi, famiglie e carriere all’estero per difendere il paese. Oggi, mentre il conflitto si avvicina al suo secondo anniversario, quello slancio si è esaurito. Il tasso di partecipazione è crollato a meno della metà, attestandosi tra il 50% e il 60%. Le unità faticano a riempire i ranghi, con compagnie e plotoni meno numerosi e ufficiali che ricorrono a messaggi su WhatsApp per reclutare soldati, anche al di fuori dei quadri organici. Questa non è solo una crisi numerica; è la spia di una frattura profonda tra chi combatte e chi comanda.
Il cuore del malcontento risiede nella crescente convinzione che la guerra non abbia più obiettivi strategici chiari, ma sia funzionale alla sopravvivenza politica del Primo Ministro Benjamin Netanyahu. “Questa guerra è interamente politica; non ha altro obiettivo se non quello di mantenere Benjamin Netanyahu come primo ministro”, ha dichiarato a Reuters un pilota riservista, Roni Zehavi, che ha smesso di prestare servizio dopo oltre 200 giorni. La sua è una voce tra le tante che accusano il governo, il più a destra nella storia di Israele, di perpetuare il conflitto per ragioni personali.
Un sondaggio della Hebrew University ha rilevato che il 47% dei riservisti esprime sentimenti negativi nei confronti del governo e della sua gestione del conflitto e dei negoziati per gli ostaggi. La mancanza di una visione per il “giorno dopo” e di un piano di uscita chiaro alimenta un senso di smarrimento e frustrazione. “Dove stiamo andando?” è la domanda che si pongono in molti, esprimendo dubbi sulla logica di operazioni controverse, come il piano per la conquista di Gaza City. Lo stesso Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, avrebbe avvertito i ministri che tale operazione manca di una strategia di uscita e trascinerà Israele in una piena occupazione della Striscia. Non è un caso che in questi giorni sia stata avviata da parte dell’IDF un aumento della presenza delle forze nei territori dell’area nord di Gaza.
Il conflitto, il più lungo per Israele dal 1948, sta imponendo un tributo devastante sui riservisti e sulle loro famiglie. Ripetute chiamate alle armi hanno generato esaurimento fisico e psicologico. L’impatto economico è disastroso: secondo il Wall Street Journal , molti uomini nell’unità del marito di Dalit Kislev Spektor sono ora disoccupati, divorziati o in rovina finanziaria. Spektor ha raccontato di aver detto al marito: “Se dipendesse da me, ti chiederei di non andare”. Lei è una
figura di spicco nel gruppo “Ima Era” (“Mamme Erranti” in ebraico), che si batte per il ritorno dei soldati e la liberazione degli ostaggi.
Il tributo psicologico è altrettanto grave. I dati interni all’IDF indicano un aumento dei suicidi tra i soldati, la maggior parte dei quali sono riservisti traumatizzati da lunghi dispiegamenti, scene strazianti e la perdita di commilitoni. Un medico da combattimento, che ha chiesto l’anonimato, ha espresso il timore che un’ulteriore offensiva possa mettere a rischio gli ostaggi rimasti: “Non farò parte di un sistema che sa che ucciderà gli ostaggi. Semplicemente non sono preparato ad accettarlo”.
A esacerbare il senso di logoramento c’è la percezione di un’iniqua distribuzione dell’onere. Mentre l’IDF lamenta una carenza di 12.000 soldati, circa 80.000 uomini ultra-ortodossi (Haredi) idonei al servizio non si sono arruolati. “Se siete nostri fratelli, dovete salvarci… Non ha senso fare 300 giorni [di riserva] all’anno”, ha dichiarato Omer Ben Hemo, di un’organizzazione di riservisti. Un altro soldato, Achiad, ha amaramente osservato: “Grazie al fatto che vado in riserva, per loro [i politici] è più facile non approvare queste leggi [sull’arruolamento]”.
La disillusione si sta trasformando in aperta disobbedienza. Un gruppo di oltre 365 riservisti ha annunciato recentemente che non si presenterà al servizio se richiamato per l’operazione su Gaza City, definendo l’ordine “palesemente illegale” e il rifiuto un “dovere patriottico”. Questi soldati, gli stessi che si erano precipitati a difendere Israele il 7 ottobre, ora sostengono che l’operazione “mette in pericolo gli ostaggi ei soldati stessi”. Ron Feiner, che ha servito per 270 giorni, ha definito la decisione di occupare Gaza City come presa “da un governo messianico senza legittimità pubblica, interessato solo alla propria sopravvivenza politica”. Sebbene molti, come l’ufficiale Hillel, decidano di presentarsi comunque per un senso di dovere verso i commilitoni e i cittadini, la legittimità della guerra si sta erodendo dall’interno. Questa crisi, la più grande dai tempi della Prima Guerra del Libano, segnala che il consenso nazionale su cui si fonda l’esercito israeliano si sta sgretolando. La fedeltà allo Stato rimane, ma la fiducia in chi lo governa è venuta meno.







