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A Berlino manganelli e arresti sui pro-Pal

Maurizio Sacchi da Berlino

Negli ultimi mesi, la repressione delle manifestazioni pro-Palestina ha assunto toni che inquietano chiunque abbia a cuore la libertà di espressione. La polizia interviene con una forza sproporzionata, scioglie sit-in pacifici, effettua arresti preventivi, e spesso attacca a manganellate indiscriminatamente giovani, studenti, cittadini comuni. In una città che ha fatto della memoria e della dissidenza il suo fondamento morale, vedere agenti in tenuta antisommossa impedire a ragazze con cartelli disegnati a mano di parlare, fa impressione. Non si tratta più solo di ordine pubblico: si avverte un clima punitivo, quasi vendicativo, verso chi esprime una posizione che devìa dalla linea ufficiale. Una giovane residente mi racconta episodi quotidiani: amici identificati per aver indossato una kefiah, professori sospesi per aver firmato appelli, librerie sotto sorveglianza per aver ospitato eventi “non conformi”. Le parole si fanno pericolose. E chi osa pronunciare “Palestina” in pubblico, rischia etichette che sanno di censura. 

Ci si chiede cosa stia diventando questa Europa che, mentre dichiara di difendere la democrazia, tace davanti a manganelli e divieti. Tra questi divieti, anche quello di usare per gli slogan nelle manifestazioni altre lingue oltre al tedesco e all’inglese. Tutto questo non ha solo radice nel sacrosanto complesso di colpa del popolo tedesco derivato dall’Olocausto, ma nel diffuso sentimento xenofobo, specie verso i turchi, che rappresentano di gran lunga la comunità più numerosa di stranieri a Berlino. A cui si attribuisce -dimenticando i tanti attentati antisemiti commessi dai seguaci di Allianz für Deutschland- la responsabilità del sentimento anti-Israele. Secondo un’opinionista del Guardian, l’85 percento degli episodi di antisemitismo avvenuti in Germania in questi anni sono di matrice di estrema destra, e ora si vuole condannare e etichettare così chi fa sentire la sua voce contro i massacri in atto a Gaza e in Cisgiordania.

Il cancelliere tedesco,  Friedrich Merz, ha dichiarato il mese scorso in un’intervista con Fox News negli Stati Uniti, che il crescente antisemitismo in Germania sia dovuto “al gran numero di migranti che abbiamo avuto  negli ultimi 10 anni”. E a questo si aggiunge la agghiacciante frase di qualche giorno fa, quando affermò che Israele “(…) sta facendo il lavoro sporco” per l’Occidente. Mentre camminiamo per la Karlmarxstrasse, fiancheggiata da negozi turchi, libanesi e yemeniti, la mia accompagnatrice mi racconta che all’ultima manifestazione pro-Palestina era presente, come d’abitudine, una signora con un cartello pro-Israele, difesa da una dozzina di poliziotti. Una ragazza le passa accanto, e sibila: “Disgusting…” Subito si staccano due dei poliziotti per fermarla; lei però fa perdere le sue tracce tra la folla. 

In copertina, arresto della polizia tedesca (licenza Shiuttelstock)

Nel testo, locali “etnici” in Karlmarxstrasse, foto dell’autore e il Cancelliere Joachim-Friedrich Martin Josef Merz (foto wikipedia)

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